BENESSERE CONSUMATO
La vita comincia di mattina. E milioni di noi sperano che la mattina non arrivi mai, anche se oramai la rassegnazione lascia il posto alla speranza, quindi ci si rassegna alla mattina, alla vita che comincia, e a quello che ci tocca trovare al posto di quello che ci piacerebbe trovare. Non è solo assenza di speranza dunque, è negazione, privazione, frustrazione.
Non so a quanti sia capitato o a quanti capiti tutti i giorni di percorrere le strade che arrivano al Centro, non so a quanti sia dato il privilegio di assistere alla transumanza quotidiana di pendolari che si muovono in massa verso la scuola, l’ufficio, l’università. Io al mattino ne vedo tanti, sono uno dei tanti. Sempre tanti, e in crescita: vedo le strade piene, i treni pieni, le macchinette obliteratrici piene, quando funzionano.
Vedo i vagoni riempirsi, fino a fuoriuscire, di nuvole informi di uomini e donne che si abbarbicano sulle maniglie, vedo le strade uniformarsi di macchine, centinaia di migliaia di macchine ferme, in fila, tutte chiuse pure d’estate perché respirarsi quell’immondizia che viene da fuori è lacerante.
Vedo lavori in corso tutto l’anno che restringono gli spazi, ma è un investimento per il futuro; poi nel futuro vedo ancora lavori e penso che dovrà ancora venire il futuro. Solo che ancora una volta nel futuro vedo che preparano per iniziare ancora lavori, ma forse questi non partiranno, perché è solo uno spettacolo politico in vista di una elezione. Allora meglio, tanto il futuro non arriva mai, ma almeno evitiamo di starcene fermi un’ora in più per strada.
Vedo buche. Tante buche. Le vedo sulla strada quando con la macchina arrivo alla stazione dove i parcheggi sono pieni di buche, e anche già pieni di macchine (per qualcuno questa mattina inizia prima di me). Quindi la macchina la devo lasciare su una specie di spartitraffico contando nella distrazione dei vigili e nel buoncuore di quelli che verranno dopo, perché non mi blocchino l’uscita, quando sarà. Poi vedo buche sul marciapiede per arrivare alla stazione, e quelle mi sembrano le più paradossali perché le buche sul marciapiede sono proprio quelle che ti chiamano dentro, quelle che quasi le offendi se ogni tanto non ci capiti, quelle dove finiscono gli anziani, e chi guarda in aria.
Sul tragitto per arrivare con la macchina alla stazione c’è sempre traffico, tanto traffico, perché ci stanno le scuole, i pullman, i semafori, e quindi il tempo ti lascia il privilegio di curiosare quello che c’è intorno. E intorno, oltre alle scuole, ai pullman, ai semafori ci stanno centinaia e centinaia di case che spuntano, alcune già col tetto, altre senza, alcune sono solo indizi di case, quasi si potrebbe dire che lì ci verrà un’altra cosa, ma poi in giro sono tutte case, e quindi per spirito di imitazione ci verrà sicuro pure lì una casa.
In questi scheletri di case ci stanno tizi che lavorano, e che chissà da dove vengono e a che ora si sono svegliati per essere già lì a lavorare, forse la loro mattina è stata anticipata ma più tranquilla, almeno non avranno avuto il problema del traffico, penso. I tizi che lavorano là dentro sono sempre arrampicati ovunque senza corde o caschi, non ci sono quasi mai impalcature che gli impediscano di volare giù in mezzo alle macchine che popolano il traffico. Sono bravi, devo dire bravissimi. Ma forse devono anche contare molto sulla fortuna per non cadere di sotto quando circolano con le carriole piene a quindici metri da terra.
Poi vado un po’ avanti con la macchina e smetto di pensare a questi signori che lavorano dalle prime ore dell’alba; invece comincio a pensare che se costruiscono tante case significa che qualcuno dovrà venirci ad abitare, certo con quello che costano le case penso che verrà a viverci gente coi soldi, o al massimo gente indebitata fino al collo. Ma se è vero che tanti soldi non ci stanno (o almeno non ce li hanno quelli che devono comprarsi casa per andarci coi figli) allora penso che sarà più gente indebitata che gente ricca quella che andrà a vivere in queste case che stanno nascendo, in queste migliaia di case che stanno nascendo. Certo quando verranno a viverci pure loro useranno la macchina per arrivare alla stazione, o andranno direttamente in Centro con la macchina, rendendo così più abbondante il traffico fermo delle vie che si vedono dal treno. Quando verranno a vivere in queste case i loro figli avranno bisogno di andare a scuola, e nuove scuole qui non mi pare che le costruiscano, forse allargheranno quelle che già ci sono. Ci sarà più fila ai semafori e quindi più tempo per osservare le case che vengono su, anche se le case, a differenza dei lavori che impacciano le strade, vengono su in fretta, senza troppe attese per il futuro, quindi quando ci sarà più fila ai semafori allora non ci saranno più case nuove da costruire e dovrò trovarmi un altro passatempo, ma per quello si vedrà.
Avvicinandomi alla stazione, mentre continuo a pensare a quale accumulo di gente un giorno saremo, mi viene in mente che se i nuovi abitanti della zona decideranno saggiamente, per evitare ore di traffico e diminuire l’inquinamento, di andare verso il Centro prendendo il treno allora il precario parcheggio sul solito spartitraffico diventerà luogo di contesa, perché sicuro qualcuno prima di me, per la solita legge dell’imitazione, avrà messo la sua macchina in quel posto, e in tutti gli altri posti disponibili. E non ci sarà più niente da fare perché il numero delle macchine si sarà allora quadruplicato e si potrà solo contare su una nuova trovata giapponese che consenta di lasciare le macchine a mezz’aria.
Mentre scendo le scale della stazione, avendo ormai parcheggiato, penso che quando verranno tutti i nuovi residenti a prendere il treno ci sarà da ridere a veder le scene per valicare la porta del vagone. Già in queste mattine è un’impresa riuscire ad entrare tra spintoni e borsate sui fianchi, a volte si resta addirittura fuori e si aspetta per forza il treno dopo. Ma quando verranno tutti i nuovi proprietari allora sì che ci sarà da divertirsi, forse arriveremo a doverci aggrappare al treno restando fuori, come si vede in certi film indiani.
Nel treno, ormai dentro, un po’ asfissiato, mi sembra che la mattina sia già a un buon punto, inclinata verso ore più tranquille da vivere, se tutto va bene.
E allora frulla in testa l’idea che così non si viva bene, coi rumori, i fumi tossici, le insidie sulle strade, il sovraffollamento, l’incapacità delle infrastrutture.. Non credo che questo sia ciò che vogliamo coltivare.
Eppure, dice il buon senso, si sarebbe potuto cominciare con un po’ meno di edilizia e con qualche treno in più, con un semaforo intelligente e qualche parcheggio più largo. TUTTE COSE CHE SI POSSONO FARE. Per essere semplicemente più felici, in pubblico.